Natale è sempre più vicino e fervono ormai i preparativi in vista della festa. Non solo gioie, però: non mancano le controversie relative ad albero e canzoni

Nel Paese dei presepi e delle notti di neve, il dicembre italiano sembra ogni anno più rumoroso: tra testi cambiati nelle canzoni dei bambini, alberi spelacchiati e luci che dividono, il Natale diventa un termometro di identità e convivenza. Eppure, sotto il brusio, c’è ancora spazio per un gesto semplice: guardare insieme gli stessi simboli senza smettere di pensarla diversamente.
Dalla Lombardia ad Alghero, le cronache si accendono presto. In alcune scuole primarie si discutono i testi: qualcuno sostituisce “Gesù” con “Bambino” nelle canzoni di Natale per includere tutti. Le chat dei genitori esplodono. Gli insegnanti difendono la scelta didattica. I dirigenti ricordano: non c’è alcun divieto nazionale.
Il caso di Rozzano (2015), documentato da agenzie come ANSA e quotidiani nazionali, ha fatto scuola: allora si parlò di concerti cancellati e di “Natale laico”, tra smentite e precisazioni. Oggi le decisioni restano locali. Non risulta esistere una norma del MIUR che vieti canti o presepi a scuola; contano i regolamenti interni e il buon senso educativo.
Titoli che scoloriscono e statue che restano. I presepi nelle sedi istituzionali tornano tema di mozioni e contromozioni. C’è chi li vede come patrimonio culturale; chi teme l’imposizione del simbolo religioso in spazi pubblici. Molti Comuni risolvono con formule inclusive: presepe sì, ma anche attività per altre tradizioni, laboratori interculturali, spiegazioni storiche. È una strada pragmatica, non sempre semplice.
La controversia degli addobbi natalizi
Gli addobbi non sono immuni dalla polemica. A Roma, il soprannome “Spelacchio” per l’albero di Natale del 2017 è entrato nel lessico nazionale. Diventò virale e finì sulla stampa internazionale: non una questione ideologica, ma l’idea che un simbolo condiviso non reggesse le aspettative. Altrove, le scelte di budget spiegano meglio di mille comunicati perché un abete appaia “spoglio” o una piazza sembri meno luminosa del previsto.

E poi ci sono le luci. Ad Alghero, la discussione recente sulle luminarie interpretate da alcuni come “fasciste” si è alimentata sui social. Secondo la stampa locale, il Comune ha smentito ogni intento ideologico e parlato di un disegno astratto frainteso. Non ci sono elementi ufficiali che provino una volontà simbolica precisa; c’è, questo sì, un clima polarizzato che amplifica letture opposte.
Qui sta il cuore della faccenda. Non litighiamo davvero su stelle o ghirlande. Litighiamo sullo spazio pubblico, su come teniamo insieme identità e inclusione. Il Natale chiede di decidere cosa significhi “di tutti” in città che cambiano. La risposta facile non esiste. Quella onesta passa per processi chiari: coinvolgere famiglie e studenti nelle scelte delle scuole; pubblicare criteri per luminarie e eventi (costo, sicurezza, impatto); spiegare perché certi simboli restano e altri si affiancano.
Qualche dato aiuta a orientarsi. Negli ultimi anni, osservatori come Il Post e Avvenire hanno ricordato che non esiste alcuna direttiva nazionale che limiti presepi o canti; i casi sono puntuali e spesso rientrano dopo chiarimenti. Quando si prova la via “a somma positiva” (un presepe accanto a un concerto multilingue, un albero sobrio ma curato, guide storiche per le classi), il conflitto si abbassa. Non sempre, ma abbastanza da fare scuola.
Forse è meglio restare affezionati a un’immagine semplice: una piazza di provincia, il freddo che punge, un coro di bambini che inciampa in una strofa e riparte. Forse è lì l’esperimento più onesto di convivenza. Non un Natale muto, non un Natale urlato. Un Natale che prova, sbaglia, spiega. La domanda è: avremo la pazienza di ascoltare una canzone fino alla fine prima di decidere che non ci piace?





