Una Serie A sempre più globale: la metà dei club hanno la proprietà straniera, cosa sta accadendo nel calcio nostrano
Il calcio italiano non vive più solo di botteghino e scudetti. Oggi la parola chiave è governance. Gli investitori entrano, studiano la catena del valore, chiedono piani e KPI. La tv resta il polmone: i diritti domestici 2024-29 valgono circa 900 milioni l’anno, come comunicato dalla Lega Serie A nell’ottobre 2023. Ma non basta. Occorrono stadi vivi, merchandising e dati. Qui entrano i capitali esteri.
Molti proprietari impostano il club come un brand. Cercano partnership globali, sinergie tra academy, performance staff e analisi. Portano metriche nuove. Non è un male, se c’è visione. Il rischio è l’orizzonte corto: tagli, leva finanziaria, plusvalenze come ossigeno. La differenza la fa la governance.
La notizia che cambia l’inerzia arriva a metà del cammino. Nella stagione 2025-26 almeno dieci club di Serie A sono a controllo non italiano. E in alcuni conteggi la quota supera la metà, a seconda di come si classifica la Juventus (Exor è registrata nei Paesi Bassi ma a controllo familiare italiano). Esempi concreti e verificabili includono Inter, Milan, Roma, Atalanta, Fiorentina, Bologna, Genoa, Parma, Como e Pisa, con dettagli variabili sulla pubblicità dei documenti societari.
Dall’altra parte restano proprietà italiane solide come Napoli, Lazio, Torino, Udinese, Cremonese, Lecce, Empoli, Verona, Juventus, Cagliari. Proprio il Cagliari smentisce gli stereotipi: club radicato, proprietà italiana, gestione attenta. Non esiste un solo modello.
Cosa cambiano i nuovi padroni? Portano capitali, professionalizzazione e reti internazionali. Spingono su infrastrutture: lo si vede con il restyling del Gewiss Stadium a Bergamo e con i dossier stadio di Inter e Milan. Nel medio periodo cresce il valore del marchio, aumentano sponsor e ricavi commerciali. Secondo i ReportCalcio FIGC, il matchday in Italia pesa storicamente intorno al 10% dei ricavi: una forchetta da allargare se si vogliono conti sostenibili.
I rischi esistono. La dipendenza dalla finanza a debito, la volatilità dei fondi, i cicli di mercato. Alcuni gruppi internazionali hanno affrontato controversie legali nel 2024; conviene valutare caso per caso, attenendosi a fonti ufficiali e bilanci. La sostenibilità finanziaria non si misura a giugno, ma lungo i cicli triennali di licenze UEFA e fair play.
Da tifoso, però, tutto si riduce a una scena semplice: luci accese, cori, una rimessa laterale al minuto 88. In quel momento i fondi d’investimento tacciono e parla il campo. Il denaro può accelerare i progetti, ma la cultura sportiva la fa la comunità. Siamo pronti a scrivere storie italiane con inchiostro globale? O preferiamo che siano le città, non i bilanci, a dettare il ritmo dei prossimi novanta minuti?
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